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La Pretesa nella Relazione

Oggi vi parlerò di una mia esperienza diretta, raccontandovi di me, nel profondo. Ma prima voglio chiarire alcune terminologie che userò lungo questo articolo.

 

Cavernicoli 2.0

Sono quegli esseri umani (homo sapiens) che vivono ancora con le stesse dinamiche dei primi ominidi (paura-possesso), camminando però eretti, mettendo cravatte, andando al lavoro, sposandosi, etc. Sono persone che non hanno un centro di gravità proprio, vivono immerse nelle distrazioni, sono soggette alla paura immotivata, non hanno uno scopo di vita profondo e radicato, quindi sono facilmente manipolabili, si arrabbiano facilmente, si deprimono altrettanto facilmente, cercano appagamento delle relazioni sentimentali o nel lavoro, non fanno alcun percorso di crescita personale.

 

Soul Seeker (cercatori d’Anima)

Sono quelli che si sono resi conto che la vita da Cavernicoli 2.0 non dà i risultati sperati. Sono quelli che non riescono più a distrarsi con facilità e sono spesso portati ad ascoltarsi, a guardarsi dentro, a cercare di comprendersi, a valutare nuove strade per conoscere la loro sofferenza che, tolte le distrazioni che facevano rumore, sono riusciti a percepire forte e chiara. Sono le persone che lavorano sulla loro persona(lità), cercando di comprendersi e, addirittura, talvolta, di amarsi. Sviluppano facilmente passioni costruttive e socialmente utili. Sono condotti da uno scopo (i più caparbi hanno anche identificato il loro scopo animico) e non sono facile preda delle distrazioni.

 

Soul Being (Esseri Animici)

Sono quelli che, trascese le dinamiche umane della personalità, non si fanno toccare nel profondo dagli accadimenti superficiali. Ad esempio, sanno accogliere con discernimento la morte di una persona cara, riservando al dolore del distacco del corpo fisico giusto qualche istante, tornando poi normalmente alla loro vita senza esserne sconvolti. Sono persone che hanno identificato e stanno portando avanti il loro scopo animico, che non si interessano alle dinamiche egoiche umane; sono quelli che hanno una visione più ampia della vita, che non combattono per emergere tra i Cavernicoli 2.0. Sono persone che vivono nel presente e che seguono il flusso del disegno universale (divino, se vogliamo).

 

Ora veniamo alla storia che mi (e vi) riguarda

Qualche anno fa ero in una relazione piuttosto traballante. Tanto sentimento, tanto ego, tanti echi di traumi passati.
Io e A. riuscivamo a stare assieme qualche mese e poi ci lasciavamo per qualche altro mese. Così per due anni. La relazione si è conclusa perché, stanchi, abbiamo deciso di mollare la presa e di non tornare più indietro; sì, anche per orgoglio.

La relazione con A. non mi aveva insegnato nulla per tutto questo tempo, fino ad oggi, momento in cui, a fronte di una relazione analoga (con B.), mi sono trovata a sperimentare la parte dell’aguzzino che tanto avevo criticato ad A.

 

Adesso mi spiego meglio, parliamo di A.

Quando stavo con A, essendone profondamente innamorata, mi trovavo spesso in situazioni che, per gli innamorati, non sono solo normali, ma addirittura auspicabili. Come ad esempio l’avere istintivamente voglia di vedere spesso il mio ragazzo  perché sentivo di amarlo; aver voglia di condividere tutto con lui, aver voglia di dirgli tutto, di raccontargli ogni cosa di me, della mia vita, dei miei pensieri; mi faceva piacere sacrificare le mie passioni, il tempo che trascorrevo a fare cose che allora consideravo sacrificabili, pur di stare con lui. Consideravo tutto questo normale e fin qui, diciamo, tutto regolare.

Però succedeva che, quando lui non corrispondeva i miei desideri, io iniziavo a soffrirne, a sentirmi rifiutata, a percepire che probabilmente, secondo (la mia) logica, lui non mi amava quanto lo amavo io. Ne ero talmente convinta che, chiaramente, glielo comunicavo. In un modo o in un altro, a lui arrivava (spesso tramite miei atteggiamenti passivo-aggressivi) che lui fosse in difetto, che mancasse di molte cose, che non si stesse comportando nel modo corretto. E a nulla serviva che io gli segnalassi ripetutamente che si stesse comportando in modo (secondo me) anti-relazionale, perché lui faceva di peggio. Più io insistevo, spesso anche alterandomi, meno lui mi esternava in termini di attenzioni, affetto, amore e comprensione

 

Più io insistevo, più lui si allontanava. Non senza darmi delle spiegazioni, seppur ermetiche:

“Basta con queste pretese!” mi diceva, spesso senza troppo tatto.

“Pretese? Io avrei delle pretese?” andavo su tutte le furie e ribattevo “Che pretese avrei, sentiamo? E’ come se tu andassi al ristorante e pretendessi il piatto per mangiare, questo è il livello delle mie pretese! Pretendo il minimo che si possa pretendere in coppia, ovvero un po’ di interesse, di condivisione, di voglia di passare del tempo assieme..”

 

In effetti, da una prospettiva più “umana”, ovvero dal punto di vista della personalità, le mie pretese erano legittime. Pretendere che il mio ragazzo, ad esempio, dopo essere stato fuori città per lavoro per diversi giorni, abbia voglia di vedermi e possa rinunciare ad un raid di WoW* per venire a cena da me, all’epoca, non mi sembrava chissà quale astrusa pretesa. Aspettarmi che il mio ragazzo mi chiedesse come fosse andato l’esame universitario non mi sembrava un’aspettativa assurda.

Invece, come dicevo poco fa, più io avanzavo aspettative e pretese di questo tipo, meno ricevevo, finendo per innervosirmi ed arrabbiarmi perché, per diretta conseguenza, ad un certo punto lui assumeva atteggiamenti davvero estremi e discutibili.

Non capivo come mai A. potesse dire di amarmi e di voler stare con me, pur manifestando comportamenti così estremi, anti-relazionali ed egoistici. Non capivo, soprattutto, come potesse accusarmi di avere delle aspettative e delle pretese, quando io cercavo solo di costruire un rapporto, mentre lui remava costantemente contro per distruggerlo.

*raid di WoW. World of Warcraft è un gioco di ruolo multiplayer online. I raid sono composti da gruppi di giocatori online che si ritrovano nel gioco a collaborare per portare a termine un obiettivo comune.

 

Poi arrivò B.

Dopo circa 9 mesi da quando ci eravamo lasciati definitivamente io e A., e dopo circa 3 mesi in cui avevamo cessato ogni comunicazione, bloccandoci addirittura sui vari social dopo l’ennesimo diverbio, arrivò B. 

Pensai dapprima non fosse la persona giusta, perché eravamo troppo diversi e perché lui non aveva mai fatto nessun percorso di crescita personale; poi mi scoprii ad amarlo, nonostante tutto, per il suo buon cuore e per molte altre ragioni. Con B. stavo bene, mi divertivo, ridevo moltissimo, eravamo felici, sereni, eravamo molto compatibili nel modo di pensare, ci capivamo senza troppe parole. Inizialmente lui, un po’ intimorito dalla velocità con cui andavano i sentimenti e il rapporto, faticava a lasciarsi andare e ad ammettere i suoi sentimenti, così io, per farlo sentire più sicuro, aumentavo il tempo che gli dedicavo, in modo da fargli percepire il mio reale interesse e coinvolgimento. Finché un bel giorno arrivò il momento che attendevo da mesi: mi dichiarò il suo amore e mi chiese di fidanzarci. 

Ero molto felice

Lo ero davvero, perché avevo molta speranza positiva per questa relazione. Nella mia mente riuscivo a figurarmela alla grande, eravamo molto allineati ed avevamo già iniziato a parlare di convivenza. Lui aveva iniziato a fare un percorso di crescita personale con una psicologa e aveva iniziato a dimostrare interesse per i percorsi di crescita personale.

Però, fin quasi da subito, le cose cambiarono drasticamente. La prospettiva di convivere cominciò a farmi riflettere sul tipo di persona con cui avrei avuto a che fare quotidianamente. Inoltre l’atteggiamento di B., fin dal primo giorno di fidanzamento, cambiò completamente, insieme al mio, per altre ragioni.

Mentre B. si lanciò a capofitto nel rapporto, io cominciai a rimettere in equilibrio la mia vita. Se, fino al giorno prima, avevo accelerato per cementare il nostro rapporto, spesso sacrificando i miei spazi, le mie attività, lo studio e le mie passioni, dal momento in cui la relazione era stata ufficializzata, mi ero sentita più serena e, quindi, più libera di riprendere il mio normale equilibrio, fatto di tante cose: vedere gli amici, dedicarmi alla scrittura, allo studio, ai miei hobbies. 

Lui, che invece fino a quel momento era rimasto apparentemente centrato (ma che, in realtà, era semplicemente chiuso a livello emotivo e sentimentale), una volta apertosi e lasciati scorrere i suoi sentimenti, aveva manifestato tutte le sue insicurezze e paure (di perdermi, che la relazione finisse, che lo tradissi, che trovassi qualcuno migliore di lui, etc), che fino a prima erano rimasta abbastanza ben celate. Inoltre, leggendo lui questa mia ricentratura come un allontanamento dalla relazione, andando quindi nel panico per paura che io fossi meno interessata, iniziò ad avere gli stessi comportamenti che avevo io con A: critiche passivo-aggressive, aspettative, pretese (le solite pretese del piatto al ristorante, quindi da lui viste come legittime).

Divenni come A!

Inutile dirvi che il mio naturale comportamento, in risposta al suo, fu esattamente quello che ebbe A. nei miei confronti.

Più B. assumeva atteggiamenti di sospetto, gelosia, assunzioni di significato di alcuni miei comportamenti (completamente sballate a causa della paura), aspettative e pretese ben mascherate, più io mi allontanavo.

Non bastava il sentimento a farmi riavvicinare a lui. Quando non lo sentivo avevo una profonda voglia di vederlo e di stare con lui, quando ci sentivamo o ci vedevamo, i suoi comportamenti, il linguaggio non verbale, il tono di voce, tutto di lui trasmetteva aspettativa e pretesa. Anche le più comuni frasi dolci di condivisione affettiva diventavano delle pretese passivo-aggressive, perché nascondevano aspettative. Ad esempio dire all’amata “Mi piaci tanto” e restarci male se lei non risponde “anche tu mi piaci tanto”, assumendo quali possano essere le ragioni del suo silenzio (quindi senza chiederlo semplicemente), rispondere con allontanamento fisico immediato (con la scusante del dover preparare la cena), alla domanda “Cos’hai?” dire “Nulla, mi sono alzato per preparare la cena”, per poi uscirsene due ore dopo vomitando bile e rinfacciando “Non te ne frega niente di me perché non riesci neanche a dirmi che ti piaccio quando te lo dico io!!”: beh questa, signori miei, è una pretesa passivo-aggressiva. Anche solo il gesto di andarsene imbronciato era un gesto passivo-aggressivo. 

Le persone non sanno comunicare..

..quindi ritengono legittimo ogni comportamento del genere (specie se diffuso tra i Cavernicoli 2.0). Alzarsi imbronciati ed andarsene, anziché dire “scusa, ci sono rimasto male perché non hai ricambiato la mia dichiarazione, puoi spiegarmi qual è il motivo?”, al giorno d’oggi è ancora considerato normale, ma vi garantisco che non lo è affatto. Anche un Soul Seeker potrebbe tranquillamente implementare la propria comunicazione imparando ad esprimersi con apertura, anziché con chiusura.

Esternare la propria vulnerabilità dicendo “Ci sono rimasto/a male, forse non ho capito, puoi spiegarmi cosa intendevi?” è un livello comunicativo che un giorno sarà la regola, anche senza essere dei Soul Being. Ad oggi possiamo scegliere se continuare a fare i Cavernicoli 2.0 o se essere i pionieri dell’Essere Animico (Soul Seeker, appunto).

 

In conclusione

Una persona che ha iniziato a fabbricare il proprio centro, una persona coinvolta nelle proprie passioni, una persona con un obiettivo di vita allineato con l’anima, è una persona che non si lascerà sedurre a lungo dalla distrazione superficiale del sentimento d’amore umano (quello della personalità instabile che cerca stabilità nella coppia, come fanno i Cavernicoli 2.0).

Tantissime coppie non si amano profondamente, ma stanno assieme perché non sanno stare bene da sole. Hanno paura di quello che possono pensare i genitori, i parenti, gli amici. E ancora hanno paura di non riuscire a pagare l’affitto o il mutuo. Hanno paura di non riuscire a gestire i figli (o gli animali), quindi accettano relazioni di comodo, ovvero dei compromessi emotivi che, ben che vada, portano a degli squilibri totali a livello interiore (psicologico e spirituale), e, mal che vada, perfino a degli scompensi sul piano fisico (malattie, anche mortali).

 

Daniela, cosa ci stai dicendo, che non dobbiamo più avere relazioni?

No, giammai. La relazione consapevole è una forma elevata di unione in cui ambedue, pur non avendo raggiunto il nirvana (Soul Being), sanno stare in equilibrio all’interno di sé stessi, senza cercare nel partner l’equilibrio che da soli non hanno (Soul Seeker). Una relazione da Cavernicolo 2.0 sarà sempre un inferno.

 

“Ma io sto bene da solo” – Beh, non è così!

Distinguiamo, per cortesia, la chiusura emotiva (paura di fallire, paura di mettersi in discussione nella coppia, paura di innamorarsi e di perdere la persona che si ama) che porta l’essere umano a credere di stare bene da solo, dall’equilibrio interiore (centratura, se vogliamo) che porta l’essere umano ad essere consapevole di avere una natura sociale, di aver voglia di condividere sé stesso con delle persone affettuose ed equilibrate, ma che non soffre quando queste elementi vengono a mancare.


Per fare un esempio ho fatto questo piccolo grafico:

Da 0 a 2 abbiamo la disperazione con volontà autodistruttive;

da 2,1 a 4 abbiamo in ordine, depressione, tristezza, tedio;

da 4,1 a 6 abbiamo picchi di tristezza e serenità, per lo più dati dall’esterno;

da 6,1 a 8 abbiamo, in ordine, serenità, gioia, beatitudine/amore;

da 8,1 a 10 abbiamo, in ordine eccitazione, esaltazione, delirio.

 

Mi piace concludere sempre con elementi positivi, perché chi indugia nel lato oscuro (chi adotta una visione distruttiva e pessimistica della situazione) non potrà mai godere di sentimenti equilibrati.

In buona sostanza, i Cavernicoli 2.0 non possono sperare in nessun sentimento elevato, perché l’unica gioia che conoscono è data dall’esaltazione, ma quel sentimento non è una reale gioia, ma nasce da impulsi di eccitazione, distrazione, tormento.

 

I Soul Seeker possono sperimentare qualche raro momento di serenità e gioia, ma temporanea, spesso data dall’esterno. Quando viene dall’interno, dura davvero pochi attimi. Illudersi che i momenti in cui si sta bene da soli a guardare serie tv, a passeggiare e a cucinare siano momenti di reale gioia, è davvero controproducente.
Per i Soul Seeker è semplice trovare serenità in loro stessi, quanto sia semplice raggiungere stati di reale gioia (beatitudine non ne parliamo) quando questa non viene instillata dall’esterno, è tutto da vedere. Occorre un costante lavoro di presenza ed introspezione.

 

Sugli Esseri Animici ho poco da dire. Per i Soul Being stare in coppia o stare soli, per lo più, è indifferente. L’essere animico basta a sé stesso perché è consapevole che i moti del cuore e dell’ego, che cerca stabilità e affetto, sono movimenti passeggeri dati dall’attività dell’Io psicologico/mentale.

 

Ma se sono un livello Soul Seeker e mi innamoro di un livello Cavernicolo 2.0?

Devi fare riferimento ai sentimenti di quello che è al livello inferiore, perché sarà sempre lui a portarti nel suo dramma e tu potrai non farti coinvolgere direttamente, ma non ne rimarrai comunque intatto.

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